Quante volte ti è capitato di svegliarti la mattina e sentire una voce nella testa che dice:
- “Non sono all’altezza.”
- “Sono una persona ansiosa.”
- “Sono troppo fragile per gestire questa situazione.”
- “Sono sbagliato/a.”
Se sei come la maggior parte delle persone che arrivano nel mio studio, probabilmente hai passato mesi — se non anni — a cercare di combattere questa voce.
Hai letto libri di auto-aiuto, hai provato a ripeterti affermazioni positive allo specchio, hai cercato di “pensare positivo” o di capire perché ti senti così.
Eppure, nonostante tutti i tuoi sforzi, il problema è ancora lì. Anzi, più cerchi di scacciare quei pensieri e di correggere le tue insicurezze, più ti senti esausto, frustrato e intrappolato.
C’è una ragione ben precisa per cui questo accade. E oggi voglio spiegarti perché la soluzione non è cambiare la tua storia, ma imparare a guardarla da un posto completamente diverso.
La trappola che si innesca quando scambi un pensiero per la tua identità
Nel mio lavoro si insegna che il linguaggio umano è una risorsa straordinaria per risolvere problemi esterni, ma diventa una vera e propria trappola quando lo rivolgiamo contro la nostra vita interiore.
Fin da piccoli, la società e le nostre esperienze ci insegnano che noi siamo l’insieme di tutte le storie, le etichette, i giudizi e le definizioni che la nostra mente ha appiccicato su di noi.
- “Sono una persona insicura”.
- “Sono un fallimento”.
- “Sono una vittima del mio passato”.
- “Sono una persona forte che non deve chiedere mai aiuto”.
Il problema nasce quando ci fondiamo con queste storie: crediamo che noi siamo il contenuto della nostra mente. Trattiamo un’idea passeggera su noi stessi come se fosse un fatto scolpito nella pietra.
Quando questo accade, la vita si rimpicciolisce. Smettiamo di fare ciò che è davvero importante (coltivare relazioni, fare scelte coraggiose sul lavoro, prendersi cura della nostra salute) perché siamo troppo occupati a difendere o a cercare di riparare la “storia”.
Facciamo un esercizio
Durante le sedute, quando vedo una persona sfinita dalla lotta contro le proprie emozioni, spesso chiedo di immaginare una scacchiera
Ti invito a fare questo piccolo esperimento mentale insieme a me.
Immagina che sul campo da gioco ci siano due squadre in perenne guerra tra loro:
- I pezzi bianchi rappresentano i tuoi pensieri “buoni”, le emozioni piacevoli, la sicurezza, la calma, la motivazione.
- I pezzi neri rappresentano l’ansia, la paura, il senso di inadeguatezza, la tristezza, i ricordi dolorosi.
Per tutta la vita ti hanno insegnato che devi salire a cavallo dei pezzi bianchi e combattere per buttare i pezzi neri giù dalla scacchiera.
Ma hai notato cosa succede nella realtà?
Ogni volta che elimini un pezzo nero o cerchi di spingerlo via, ne compare subito un altro. La guerra non finisce mai e tu ti ritrovi logorato.
Ora ti faccio una domanda controintuitiva:
E se tu non fossi i pezzi del gioco? E se tu fossi la Scacchiera?
Pensaci per un istante. La scacchiera contiene tutti i pezzi — sia quelli bianchi che quelli neri. È a diretto contatto con essi, li sostiene tutti, ma non è un pezzo di legno nero o bianco. Che i pezzi bianchi stiano vincendo o perdendo, la scacchiera rimane intatta, solida, intera.
Non viene distrutta dalla battaglia che ospita.
La scacchiera è quella parte di te che non cambia mai nel corso di tutta la tua vita. È l’“Io-Qui-Ora” dal quale osservi scorrere i tuoi pensieri, le tue sensazioni corporee e i tuoi ricordi.
È lo spazio sicuro da cui puoi finalmente permetterti di notare i tuoi pensieri e le tue paure, senza lasciarti travolgere e senza dover sprecare le tue energie a combatterli.
Un breve esercizio esperienziale da fare adesso
Non credere alle mie parole per partito preso. Il mio modo di lavorare non si impara con la teoria intellettuale, ma attraverso l’esperienza diretta.
Facciamo una pausa di 30 secondi:
- Chiudi gli occhi o fissa un punto di fronte a te e fai un respiro profondo.
- Porta l’attenzione al tuo corpo seduto sulla sedia: nota la pressione dei piedi sul pavimento e il ritmo naturale del tuo respiro.
- Adesso nota quale pensiero o preoccupazione si sta affacciando alla tua mente in questo momento.
- Anziché analizzare quel pensiero, prova a fare un piccolo cambio di prospettiva e dì a te stesso: “Sto avendo il pensiero che…”.
- Nota chi è che sta notando quel pensiero.
Vedi la differenza? C’è il pensiero (il contenuto) e c’è il te consapevole che lo sta osservando (il contesto).
Quando riesci a fare questo “passo indietro”, il pensiero perde improvvisamente il suo potere autoritario. Non devi più obbedirgli, non devi più risolvere la tua “ansia” prima di poter vivere la tua giornata.
Perché questo cambia davvero le cose nella tua vita quotidiana?
Imparare a contattare quella parte di te produce tre benefici:
- Smetti di essere ostaggio delle tue etichette: Se non sei la tua ansia o la tua insicurezza, ma sei lo spazio che le contiene, allora la presenza dell’ansia non può più impedirti di agire.
- Accedi a un luogo di sicurezza: Scopri che esiste una parte interiore di te che non può essere “rotta” o ferita dai pensieri negativi, consentendoti di trattarti con gentilezza invece che con spietata autocritica.
- Liberi energie per ciò che conta (I tuoi Valori): Tutta l’energia che prima impegnavi a fare la guerra ai pezzi neri della scacchiera torna disponibile per costruire la vita ricca, piena e di significato che desideri vivere davvero.
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